C’era quiete.

Le ho chiesto se Dylan le andasse bene. Stavo proprio mettendo un suo disco quando la porta della stanza si è aperta e lei è entrata con passo lento mostrando un volto diviso tra l’assonnato e l’imbronciato. Con sguardo interrogativo ha fissato prima me, poi il lettore che avevo in mano,  quindi di nuovo me. Il tutto senza dire nulla e restando immobile. Un paio di ore prima ero scivolato fuori dal letto facendo piano per non...

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I piedi per terra.

Si sta strappando il vestito di dosso, con una foga che gli accorcia letteralmente il fiato. I suoi movimenti sono bruschi. E corti. Tiene in mano brandelli di tessuto lucido che poi lascia cadere nel cassonetto che ha a fianco. Quello che sta facendo a pezzi doveva essere un abito da scena, raccattato chissà in quale mucchio di scarti teatrali. Più simile ad una bomboniera che ad un vestito da donna. Per strada ci siamo solo io e lui. ...

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Beh, più o meno

Il vento continua a farsi sentire. A tratti soffia forte, strappando piccole grida a chi per strada viene colto impreparato. Sbattono gli orli delle tende parasole sui balconi delle case, i panni stesi ad asciugare e le coperture dei gazebo. Gli ombrelloni fuori dai locali accennano pericolosi passi di danza. Non fa freddo ma sembra una sera di inverno piuttosto che di inizio primavera. I suoni sono ovattati e c’è una sensazione di...

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Palla al centro.

Gli chiedo di allungare una mano per toccarlo. Lui è un po’ indeciso perché ha visto che sta parlando fitto con qualcuno e non vuole disturbarlo: sempre educato e rispettoso il buon vecchio Alex. M è a pochi metri. Alzo una mano nella sua direzione, mi intercetta e solleva la testa con uno scatto breve, in segno di saluto. Nel locale c’è un concerto. Chi più, chi meno sta provando a goderselo. F è po’ sconsolato. Si aspettava...

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Il tipo che sembrava Lydon

– Ma proprio così, ha detto? Mi guarda fisso negli occhi mentre a tastoni cerca l’astuccio del tabacco sul legno verniciato del tavolo. – Cioè, davvero? La domanda mi spinge verso la spalliera della sedia. Mi tornano in mente quelle parole squallide, dette in un dialetto esangue, apatico. E tutto quello che stava dietro torna a galla insieme a loro. Annuisco. Poi soffio via un po’ d’aria dalla bocca. Come se fosse...

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Serve per.

“La fila per i controlli arriva dopo il News Café”, scrivo a Beppe alla fine di un sms. Lui sta arrivando a lavoro e quel fiume di persone se lo troverà davanti. Prenderà generosamente nota degli episodi più significativi che i passeggeri offriranno alla sua vista -e, non di meno, al suo udito- e li condividerà con noi amici più discreti e fidati. Con noi ed anche con il resto del mondo, attraverso internet. Sempre con il fare...

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I’m no gold.

“Hitler! Hitler! Hitler”: è un piccolo bambino a dirlo. La madre, una zingara sovrappeso stretta in vestiti colorati ma poco accesi, lo guarda mentre mangia un gelato. Lui insiste, pronuncia il nome con atteggiamento marziale. Sembra posseduto, nella sua voce c’è davvero qualcosa di inquietante. Come in tutta la situazione. Mi viene in mente questa scena del pomeriggio precedente mentre aspetto il 21 per andare al Freak Out....

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