Puzza di serate trascorse con amici. Quando tutto sembrava poter durare in eterno. Chiusi in un locale dove i telefoni faticavano a trovare la linea ma nessuno se ne preoccupava. Lì giù, sotto le scale. I nostri mercoledì che valevano quanto dieci sabati messi insieme. La nostra musica. La nostra bella vita punto com. Con i tesserini appesi al collo o attaccati ai jeans, le prove tecniche, la voglia di bere ed il bar ancora da aprire. Le pulizie sul bancone o per terra. Le gastime, il dialetto, la dialettica. I primi pezzi che partivano dalla consolle. E poi la fame, la busta piena di fogli A4 da ripiegare lì al tavolo dove le giacche si accumulavano una sull’altra, proprio vicino all’area del diggei. La copertina, il film della settimana. Ed i tormentoni, scritti o ripetuti a voce. Che a volte solo noi potevamo capire ma che facevano ridere tutti. Le cene al tavolo lungo, gli altri che arrivavano a poco a poco. Gli abbracci, le minchiate, la pioggia fuori, i caraibi dentro. Puzza di amicizia che sento ancora addosso. Ombre di posti che non mi appartengono più. E che ho voluto conservare intatti nel cuore. Sprangando le finestre. Chiudendo la porta, piano piano. Una città lasciata senza fare rumore. Come si fa quando non si vuole togliere il sonno a chi si vuol bene

 

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