(appunto risalente a qualche mese prima. forse giugno. )

Il malto cancella le parole dal progetto di paternità. Si allargano sul foglio che le aveva accolte perdendo corpo e contorni. S’interrompono cerchi e forme tracciate con il compasso. E la carta gracchia come un disco vecchio. Senza più valore. Senza più bianco.
Eppure sono ancora recettivo. Sento. Immagino. Spero. E questa cosa non mi piace. Allora alzo il numero di bevute. Le bottiglie si affiancano come ragazzi di quartiere presi in una foto prima della partita al campetto. Basta dilazioni, basta bugie costruite per prolungare le ore di sonno. Do un nome alle cose. Leggo i miei pensieri come se fossero scritti sulle pareti.
Niente più divisioni venefiche e piccole sorsate. Giù tutto d’un fiato e il bicchiere è sempre pieno. Giù giù giù e ancora giù. E vediamo se resto in piedi. Rimango fermo, cercando di non sollevare altri ricordi muovendoli con lo sguardo. Come inebetito fisso il bianco del muro. O qualcosa oltre i mobili della stanza, nascosti in un’altra dimensione. Dove forse vorrei essere. A bordo di una macchina d’argento.