Il mare è calmo. C’è solo il rumore delle onde. Provo a fotografarlo lasciando aperto l’otturatore. Ma è pur sempre uno smartphone. E non viene un cazzo. Accendo una sigaretta e con cautela mi siedo sulle rocce impastate di cemento. La luna è piena o quasi. Ma non si vede granché. Un aereo passa alto, diretto forse in Africa. Un ricordo scambia delle informazioni con una parte di cervello, poi tacciono entrambi. Vorrei dire mille cose se solo le onde avessero la capacità di inghiottire le mie parole. Riempire la voragine svuotandomi. Accendo un fiammifero. Quando arriva a scottarmi le dita lo lascio cadere in mare. Lo faccio un’altra volta. So burn, burn the flames. E’ dispiacere quello che provo. Ed amarezza. Sconsolato mi ritrovo a scuotere la testa mentre nel chiarore lunare le scarpe da tennis prendono forma ondeggiando sulla schiuma bianca. Poco lontano, alla mia sinistra le torce di due sub notturni danzano elettriche a pochi metri dalla riva. Ho quasi un brivido, alzo la cerniera della felpa e faccio un altro tiro di marlboro. Lo stomaco non è teso come prima. Gli amici mi hanno distratto. Stasera ho mangiato. Dopo più di ventiquattro ore di soli liquidi. I nervi del corpo mi danno tregua. Respiro quasi normalmente. Riprendo il telefono in mano per mandare un messaggio. Tranquillizzare. Una coppia decide di avere il suo momento tenero proprio mentre si accende la luce del display. Mi vedono in ritardo e cerco di non spaventarli con il mio ‘ciao’ imbarazzato. Li odio, li saluto e torno a casa, detronizzato. Alle mie spalle romanticismi da bancarella si spostano di bocca in bocca. Cammino lento. Vorrei che ci fosse qualche chilometro in più rispetto a quei pochi passi da percorrere. Tutto potrebbe essere più semplice. Tutto potrebbe essere più bello. Basterebbe poco, davvero.

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