Mi guarda, ma solo per un attimo, per capire se sono veramente io e tirare dritto. E lo fa. Non mi scompongo mica, (perché dovrei?), rimango seduto ed attacco placidamente la pinta che ho appena preso. Dal tavolino di fronte si girano. Mi squadrano a lungo. Ma è un gesto animato da intenzioni amichevoli: il locale è poco illuminato e non si vede granché. Poi non c’è molta gente ed è una di quelle situazioni in cui tutti si conoscono, per cui è facile che io possa essere tra questi e loro vogliono solo assicurarsi che non sia una loro conoscenza. No. Non lo sono.
Anche la sala concerti è semi deserta. Rimango dentro solo per la durata dei due live e per salutare Giulio che incontro vicino alla porta. Scambiamo due battute sugli altri amici rimasti a casa. Chi perché acciaccato chi perché stanchissimo. Nell’intersezione dei due insiemi c’è anche la mia lettera, ma ho una vita per starmene a casa. Ed una che vuol essere vissuta.
Un treno rallenta con sibili prolungati ed altre pulsazioni sonore. Forse è la fame, il sonno e la stanchezza di cui sopra. Ma mi piace da morire, sembra un pezzo di Deathprod. Alzo gli occhi sulla sopraelevata della ferrovia. I vagoni sono tutti al buio, probabilmente destinati ad un deposito. Quando il moto si arresta completamente sto fissando una carrozza. E’ un ritaglio di tempo lunghissimo entro il quale sistemo i due cilindri di gomma scura nelle orecchie e faccio partire un brano. Continuo a guardare in alto, verso quei finestrini che sembrano lastre di marmo nero. All’improvviso dal nulla spuntano due mani bianche che si appoggiano piatte dietro uno dei vetri. C’è qualcosa di armonioso in questa scena inaspettata che ho visto -presumo- in esclusiva e che non riesco a spiegare. Si è montata da sola e senza tagli sulla frenesia dei Cows che urlano dal mio iphone. Non c’è nessun conflitto tra la sequenza narcotica che mi è passata davanti e l’agitazione della canzone che sto ascoltando. Quella stessa canzone che non so per quanti giorni di postumi mi ha accompagnato, andando a lavoro. Un brano che parla di abusi, di risvegli difficili e di licenziamenti senza “alcuna ragione”. A me andava un po’ meglio perché più che licenziarmi continuavano a volermi assumere. Ma il contorno era molto simile, comprese le Botte -cazzotti o testate che siano- al Muro ricordate nel titolo.
Fa freddo, tiro su la sciarpa ed il volume. Cosa avrà  mai questa strada lunga ed anonima che mi riporta a casa e cosa ci sarà  in questo quartiere da farmelo piacere così tanto non lo capirò mai. (Quante cose che non capisco stasera!)
Aldilà  del secondo cavalcavia due persone stanno parlando. Una di loro, la ragazza, regge una bicicletta nera su cui sono stati montati una serie di cartoni. Sembra quasi un aeroplano, con le ali e la coda. Ma a ripensarci c’era qualcosa in più che non ho messo a fuoco e non riesco a ricordare. La bici cade facendo volare pezzi della carlinga. Chiedo se hanno bisogno di aiuto, ma in realtà  la sto già  alzando, tirandola dalla parte posteriore, l’unica che fosse sgombra. Solo in quel momento capisco che sono entrambe ragazze. Una di loro mi ringrazia con una bella frase.
“Esperimento riuscito a metà . O per metà  fallito…. Quindi fallito!” dice poi. Cercano di guardarmi bene in faccia (oh, ma che è stasera?). Smuovono simpatia. Io dico soltanto “Bisogna sempre insistere. Continuate, qualsiasi cosa (sia)”, ma l’ultima parola forse non è uscita. Avrei voluto aggiungere un’altra frase che tra l’altro alzava le manine nella mia testa, come per essere interrogata. Lo so io, lo so io, lo dico iooooo….
Volevo dire che il fallimento è la tappa più importante che si possa avere la fortuna di fare. Ma non sono abbastanza figo e comunque sto continuando a camminare. Con un auricolare ancora inserito e l’altro che si muove insieme alla mano che saluta.
Miracolosamente le cose continuano a succedere, ogni tanto. E sorrido un po’ pensando a Denia. Ed a Serena. Ed alle cose che mi avevano detto qualche ora prima.
Daniel Johnston fa il resto della strada con me. C’è ancora un po’ di bianco nei giardini.

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