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Un passo avanti. Un altro passo avanti. Ancora un mezzo passo. Piano piano. Come chi non ha fretta. Poi indietro. Uno, due, tre, quattro ed al cinque è col culo per terra. Tira pugni sull’asfalto, come a fargli una sega. Maledice qualcosa o qualcuno. Lo guardo: non ha l’aria di chi è abituato a cadere. Di chi è abituato a bere per stare. Il suo aspetto è quasi curato. Non è italiano. Avrà qualche anno in meno di me ma non molti.. Io ho una busta. Dentro ci sono quattro birre. Ne prendo una. Poi metto la mano nella tasca sinistra. E quando mai: sbaglio. Passo di mano la bottiglia. Nell’altra tasca lo trovo. Giallo, con la scritta bic. Lo avvicino al tappo e lo faccio saltare.
“A screaming headache on the promised age (Killing time is appropriate To) make a mess and fuck all the rest”
Sono queste le parole che dico mentre gli porgo la birra. Quelle fra parentesi no. Non le ricordavo. Cazzo non sono mica un figo, sono un cazzone e basta. Lui è ancora sull’asfalto. Alle mie spalle l’autobus che aspetto si avvicina. Faccio un cenno al ragazzo che nel frattempo con movimenti da scarafaggio prova a rialzarsi. Non so quanto tempo sia passato da quando sono davanti a lui. Intorno ci sono persone. C’erano anche prima. Ma ora stanno più vicine. Ora hanno notato che qualcuno sta per terra. Anzi stava. Senza accorgermene sento un peso forte appeso al braccio. Alla buon’ora forse ho realizzato che andava tirato su. Faccio un cenno, lui alza la birra. Accenno ad un inchino ed in meno di dieci secondi sono sul bus. Arrivo Nino, penso. Ci faremo una birra. E fanculo tutto il resto.

We say, we say So what? So what? So what? So what?