Sono passate da pochi minuti le cinque. Il mio sguardo non ha molte vie di fuga da quando mi hanno cambiato ufficio: davanti, appena pochi centimetri dietro i due monitor che mangiano le mie diottrie, ho un muro bianco. E la finestra a sinistra è troppo dietro per poter guardare fuori senza entrare in modalità esorcista. Alla mia destra si estende invece il corridoio che dà accesso a queste stanze. Non è molto ma è l’unico allungamento che posso concedere alla mia vista. Sto guardando lì quando lancio il comando per spegnere il computer. C’è una figura strana che mi fissa dal divano che sta di fronte al reparto grafico. Io già non vedo un granché di mio. Dopo una giornata impegnativa poi ancor meno. Ma noto qualcosa che mi colpisce. Credo il suo sguardo. Prendo il loden dall’attaccapanni dietro la porta, lo indosso con movimenti lenti e mi dirigo nella stanza a fianco a salutare gli altri. La figura è ancora lì. Il suo sguardo pure. Dico ai colleghi che c’è questo individuo curioso e scherziamo un po’. Sto per andare via quando arriva netta una frase che ci fa fermare tutti: Come si fa ad uscire da questo paese?
La voce è grossa ed è fortemente marcata da un accento straniero. Dell’est, senza possibilità di dubbio. Silvietta, da dietro il desk chiede di ripetere. Noi, un po’ meravigliati, un po’ stronzi, ridiamo. Il collega che entra nella stanza ci trova così. Parla ad alta voce e con tono formale per farci capire che qualcuno lo sta seguendo.
Ed eccolo qua l’autore del domandone: un cristone di non so quanti centimetri sopra i centottanta. Occhi di ghiaccio, capelli chiari. Robusto. Senza espressione. Oltre i quaranta. Riformula la sua richiesta e diventa chiaro che ha bisogno di indicazioni su come tornare a Bologna. Solo quello. Proviamo a dargliele -sono così semplici da poter star dentro ad una sola frase- ma sembra non capire. Ed allora lo tranquillizzo dicendo che lo avrei accompagnato io, tanto avrei preso lo stesso autobus. Giusto il tempo necessario per i saluti e saremmo andati. Lui ringrazia con una gentilezza che conquista subito e va via. Noi continuiamo a fare gli stronzi. Esco dalla stanza ma il tipo è scomparso. Al piano non c’è e nemmeno sotto. Poi lo vedo da dietro la porta a vetri.
È fuori.
E fuma.

Quando siamo alla fermata provo ad elencare quali opzioni ha per arrivare in centro. Non sa darmi né un indirizzo né un punto di riferimento quindi è un po’ complicato. Ma vicino alle torri gli va bene. Faremo il tragitto insieme e gli dirò quando scendere. Anzi scenderemo alla stessa fermata. Io devo incontrare Elsa per una passeggiata da quelle parti. “Fare due passi”, non “passeggiata”: è così che diciamo inconsapevolmente per poi ritrovarci al tavolino di qualche bar o pub dove a camminare sono le nostre parole. Prima che si tuffino nei bicchieri delle bevute ordinate. Graziose decorazioni per cocktail di un solo elemento.
Dove posso fare biglietto?
Accidenti non a bordo di quello che stiamo per prendere.
“È un po’ a rischio ma puoi scendere tra qualche fermata e cambiare lì. Ti farò vedere dove”, gli dico.
Non avevo una gran voglia di parlare quel giorno ma qualcosa stava sciogliendo il groviglio di parole che mi si era incastrato in gola. Mi racconta di aver avuto un pomeriggio difficile. Aveva un colloquio con il mio datore di lavoro ma è arrivato tardi. Lo hanno fatto rimbalzare da una parte all’altra della zona industriale mentre veniva giù un diluvio pazzesco.
Meno male che non ho portato documenti oggi. Tutto bagnato, si sarebbero rovinati.
Tutto bagnato. Scarpe bagnate, vedi? Calze bagnate, maglia bagnata, vedi? Tutto
bagnato. Pantaloni bagnati. Pure cazzo bagnato.
“Ci siamo”, ho pensato. Ma la battuta finisce lì e riprende a raccontare. Dice che nessuno sapeva dargli informazioni corrette. Complice forse anche la sua pronuncia, le persone sembravano non conoscere per nulla la zona industriale.
Io in mio paese so tutte vie. Se tu chiede io ti so dire di tutti i vicoli anche più sconosciuti. Perché qui no?
È curioso il suo modo di parlare: sembra uscito da una di quelle commediacce da prima serata. Eppure ha una proprietà di linguaggio ed una velocità di elaborazione davvero notevoli. Che cazzo: ho amici decisamente più lenti di lui.
Hai per caso un’aspirina con te?
Mentre mi fa questa domanda si guarda le mani. Sono piene di graffi e piccole cicatrici e sono arrossate. Dà l’impressione che possa aver fatto a botte. Il pensiero che possa essere vero è vago: danza un po’ svogliatamente quindi esce dalla pista da ballo del mio cervello più o meno immediatamente. Non posso aiutarlo non avendo farmaci appresso ma prima ancora che provi a dirglielo aggiunge: altrimenti faccio come in mio paese: un po’ di vodka e passa tutto. No… Scherzo io!
Rido con sincerità. Riceve una telefonata e mi chiede scusa. Ha modi decisi ed è del tutto informale ma non rinuncia ad una cortesia che fa evidentemente parte di lui. Anche al telefono è garbato e ringrazia più volte la persona che lo ha chiamato. Mi spiega che era il ragazzo che gli aveva procurato quel contatto di lavoro. Mi dice anche il suo nome, dando un’altra sforbiciata alla distanza che di solito separa due sconosciuti. Le chiacchiere filano lisce. Mi piace questo tipo. Mi fa parlare. E riesco a fare battute alle quali risponde pronto, dimostrando di capirle molto bene.
Intanto l’autobus si avvicina. Glielo indico. Sarò come coniglio, esclama. Più tardi, a bordo del secondo mezzo, mi spiegherà che è un modo di dire che hanno in suo Paese. La Russia. Significa viaggiare a scrocco, grosso modo. Avrebbe dovuto cambiare linea qualche fermata prima per poter fare il biglietto a bordo ma alla fine ha deciso di rischiare.
Mente parliamo, tra una domanda e l’altra mi guarda negli occhi e mi tende la mano. Ah, io sono Maksim.
Restituisco la presentazione dandomi dello sbadato. Sembriamo due vecchi amici che non si conoscono. Qualcuno ci guarda incuriosito. Gli piace rispondere e fare altre domande. Ed è contagioso. Scopro che vive in Italia da sei anni e che in realtà ha già un lavoro. Fa il boscaiolo in Trentino. Ma ora è tutto fermo per via della neve.
Vuoi vedere foto? Chiede mentre prende dalla tasca il cellulare. Questa fatta ieri, guarda…
“Come ieri?”
Capisce il mio dubbio e mi spiega subito: Sono arrivato ieri sera. Una mia amica… Un po’ stronza eh… Però amica… Mi ha chiamato per dirmi “Dai vieni che devo partire così mi guardi i gatti, tanto ora non stai lavorando, sù”… Ed io sono venuto. Oggi ho avuto colloquio e mi hanno detto di portare documenti domani perché qualcosa da fare c’è. Ma io domani ho anche altro colloquio… Nemmeno 24 ore ed ha una casa e due possibilità di lavoro. Sorride radioso quando glielo faccio notare e si limita ad annuire.
“Parli bene l’italiano”, dico. E sono sincero. Lui si schermisce deviando un po’ il discorso. Quella brava a quanto pare è sua sorella. Lei davvero ha studiato. Lui ha imparato guardando televisione.
Ho visto Shrek sei volte ed ogni volta segnavo appunti su quaderno. Stavo molto a sentire. E poi guardavo tanti film. E programmi. Ed aggiunge una lista di canali satellitari.
“Quindi hai studiato con il famoso professor Sky!”. Ride di gusto. Poi il suo volto viene attraversato da un’ombra. Ma la scaccia presto.
Ora devo andare a casa… Cucinare…. Lavare piatti… Non è seccante? E tu sei sposato?
Gli mostro le mani senza anelli. Allora anche tu devi cucinare eh? Ma quasi quasi mi sa che vado a prendere un bel kebab! Non è meglio? La mia ragazza dice che sono pazzo quando dico così… Mah! È solo più comodo!

Le chiacchiere continuano. Anche dopo il cambio di autobus non fa il biglietto. Capisce di essere quasi arrivato e decide di risparmiarsi quegli spiccioli.
L’anno scorso ho distrutto amore di mia vita. Ah, piccolina! Quanto l’amavo…
Non riesco a trovare le parole. Sono colpito. Lui mi guarda sornione, contento per la suspense creata (Ah, professor Sky, lei è davvero un bravo insegnante, sa?). Scuotendo un po’ la testona dice: Amore di mia vita: Fiat Croma. Macchina bellissima. Brutto incidente. Ho distrutto una Subaru Impreza ed un Suv. Io per fortuna non distrutto. Guardo fuori dal finestrino proprio mentre passiamo vicino ad una di quelle berline giapponesi. Per un attimo mi è venuto in mente il finale de “I Soliti Sospetti”, ma la macchina è apparsa solo dopo qualche secondo e non credo avesse fatto in tempo a vederla. Eccola, come quella, vedi? Continua raccontandomi dell’assicurazione che lo ha salvato spiegandomi che in Russia non è obbligatoria. Ecco l’acqua, dice ad un certo punto guardando il telefono che dava l’impressione di essere morto. Lo rimette in tasca con rassegnato disappunto.

All’altezza di via Farini scende. Meglio non sfruttare troppo la fortuna che ho avuto. Nel salutarlo mi trovo a dargli un paio di pacche sul petto. Solo dopo mi rendo conto che si trattava di un gesto molto confidenziale. Per un attimo avevo anche pensato di fare un po’ di strada a piedi con lui che ormai si orientava benissimo ma il culo, dio mio, mi pesava trenta chili e mi sono seduto su un posto che si era appena liberato. Anche se per poche fermate avevo bisogno di appoggiarmi. Quando scendo sto ancora pensando a quante volte mi abbia ringraziato ed al modo sincero con cui mi ha augurato buona serata. Prendo il telefono in mano per avvisare Elsa che sono quasi arrivato quando sento che qualcuno richiama la mia attenzione. Un tocco sul braccio destro. E Maksim che dice: Allora ho fatto prima io!
Sì. E vinci due volte, matto di un russo. Per la polvere che hai soffiato via con quelle ciance sincere. Per la presentazione che hai fatto prima di me. Per aver trovato due colloqui di lavoro in poche ore. Per la tua gentilezza genuina. E per aver aperto una finestra che mi ha portato un po’ di aria fresca.

 

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