Sinful Wind-Borne, Drug Thing e Walking on the Water chiudono il set ufficiale. Poi parte il bis: Year Zero, Hell 1-3, Hogwash ed altre due ancora. A pensarci ci sono concerti che durano meno anche di un encore del genere. Sul palco si spengono le luci, il pubblico fa sentire la sua gratitudine senza risparmiare palmi delle mani e corde vocali. Io cerco Frà con lo sguardo: è qualche fila indietro, un po’ più centrale rispetto a dove sono io. Ci scambiamo un cenno veloce ma non mi muovo. Michele invece è un po’ più vicino, sempre alle mie spalle. C’è qualcosa di sospeso che non decifro bene e che ci fa stare tutti inchiodati ai nostri posti. Mi aspetto che da un momento all’altro parta la musica dalle casse del locale. Intanto allungo una mano e prendo la scaletta da sopra il moog di Reine, lo straniero del gruppo. Non devo nemmeno sforzarmi più di tanto visto che sono praticamente lì a pochi centimetri. Do un rapido sguardo per rimirare il mio furto nerd e rimango colpito. Mi giro verso destra -un gesto automatico- e mostro il foglio alla coppia che avevo accanto. C’è un’ultima voce nell’elenco che non è stata ancora toccata. Non la faranno, penso e dico. Non c’era null’altro da chiedere ad un concerto come quello. E poi hanno salutato, no, non torneranno sul palco. I due al mio fianco invece sono felici e fiduciosi. Quasi saltellano. Vedrai che tornan su, dicono con accento inequivocabilmente del luogo. La ragazza porta degli occhiali un po’ anni cinquanta. Da qualche parte ho letto che si chiamano “Cat Eye” per via della loro forma. E sto lì a fare pensieri del genere mentre il pubblico non smette di chiamare il gruppo, scandendone il nome come se tutti stessero facendo un esercizio di sillabazione. Penso ad altro. Forse ad un sms che avevo ricevuto poco prima. O ad una frase piena di luce ricevuta quel giorno stesso. Cose che nulla avevano in comune con quanto finora visto e, soprattutto, sentito. Poi l’applauso incessante si traduce in esplosione. Ed ecco il secondo bis. Indeciso tra il godermi il pezzo ed il catturarlo con il telefono ho scelto la seconda possibilità. Che nulla poi ha tolto a quanto provato… Per altri dieci minuti mi lascio trasportare altrove. Generoso come un regalo inaspettato, il pezzo entra accendendo ricordi ed altre cose che non sai mai raccontare ma che tutti abbiamo dentro, in qualche modo. È una fine che apre. E porta aria.

Ci diciamo qualcosa prima di andarcene forse scambiamo solo due pacche sulle spalle ma non vado via senza raccogliere un altro sorriso dai due veneti miei vicini di live. Sotto le luci bianche del locale mi accorgo che non erano poi così giovani come mi era sembrato una decina di minuti prima, ma la cosa mi piace anche di più. Riacciuffo Frà e Michele. Mi prendono un po’ per il culo e ci sta tutta. Prima di salutarlo e tornare per la nostra strada Michele dice che ha una cosa per me. Non ci vediamo da non so più quanti anni. Quindici? Venti? Troppo contento per fare dei calcoli. E poi chissà cosa avrà da darmi! Una foto dei tempi che furono? Lo seguo fino alla sua macchina. Qualche mese prima aveva visto questo libro sui Negazione, “Il giorno del sole“. E lo aveva comprato per me,  certo che ci saremmo ritrovati presto. Le parole con cui accompagna il gesto sono quasi da bollino rosso. Rido di cuore e non so cosa dire quindi affido il mio stupore ad un abbraccio.
Mostro a Frà il regalo e provo a spiegarli un po’ di cose. Di come e dove in passato la musica avesse già fatto di due sconosciuti due amici. E di come la trasformazione delle reciproche vite avesse dato l’opportunità di rivederci dopo tutti questi anni.
È quasi una necessità e rientrando ci fermiamo in un pub lungo la statale a fissare i ricordi della serata. Come pellicole nel bagno d’arresto immergiamo le nostre parole nella birra artigianale che cerchiamo di offrirci l’un l’altro. Chiudiamo la notte tra chiacchiere allegre e riflessioni serie. Parole che suonano come canzoni. Canzoni d’amore, le chiamerebbe il gruppo di Frà. Il pub chiude. Siamo nella seconda settimana di maggio ma fa un po’ freddino. Entriamo in macchina assicurandoci che nessuna delle cose dette e vissute sia rimasta abbandonata sul tavolino a forma di botte.
Una di quelle serate che solo una lobotomia potrebbe cancellare. O magari nemmeno quella.

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