“Puoi iniziare a sederti”, mi dice Fernando subito dopo essersi scusato per non aver risposto al messaggio di poche ore prima. “L’ho visto solo ora, uscendo dalla pasticceria qui sotto lo studio”. “Nessun problema, come vedi ho improvvisato” faccio io mentre cerco un posto in cui poter poggiare l’ombrello. È verde ed ha un manico a forma di testa di anatra. È di mia madre e non voglio rischiare di dimenticarlo lì. Quando siamo arrivati, la pioggia stava spiando dall’alto il momento in cui saremmo usciti dalla macchina. Non per scortesia, ma non mi andava proprio di riceverla e mi ero attrezzato. Alla fine non ci siamo incontrati per una questione di minuti. La sentivo borbottare nervosa dietro i vetri. Rosanna, dentro il suo camice azzurro mi vede in difficoltà. Sorride. “Dallo a me” dice, porgendo una mano. “Spero di non dimenticarlo… È di mia madre. Ed ha il manico a forma di anatra”: rispondo proprio così, mostrando la parte bassa dell’ombrello.
C’è un breve consulto prima che mi venga chiesto di aprire la bocca. Elencano dei numeri, come se parlassero di date del calendario. La poltrona su cui sono sdraiato viene sistemata in una posizione per me scomoda. Ed anche la testa mi viene chiesto di tenerla ferma in una postura poco naturale. L’inizio non è particolarmente fastidioso. So che ne ho per molto e la prendo con calma. Cos’altro dovrei fare? Mi sento anzi fortunato a poter stare lì. Così come mi sento fortunato a poter lavorare a distanza, cosa che mi ha facilitato in questi giorni. Dopo quaranta minuti di intervento inizio ad accusare stanchezza. Ma c’è ancora tanto da fare e cerco di distendermi il più possibile rilassando i muscoli. È una cosa che mi ritrovo a fare più volte ma per qualche ragione, dopo qualche generosa manciata di minuti sono di nuovo teso e rigido. Loro parlano. Io li ascolto, per distrarmi. Sempre meglio sapere che l’ossigeno della bombola nella sala tre potrebbe ricaricarlo Giovanni con l’attrezzatura del furgoncino che farsi possedere dalla Pausini che gorgheggia alla radio. Parlano di vacanze. Della moglie di Fabio che su Facebook ha messo delle foto di Sidney per far credere di trovarsi lì. Quando lo racconta, Fabio, posa i ferri sul mio torace. Si ferma un attimo e me lo ripete, guardandomi in faccia. “Hai capito che scema che è?” Vuol farmi sorridere, ne ho bisogno, accetto e ringrazio con lo sguardo.
Qualcuno da Rete Centocinque racconta del volo Londra-Napoli. Un vuoto d’aria ha fatto fare un bel salto ad una hostess e ha creato il panico tra i passeggeri che si sono messi a pregare. Cappelliere aperte, grandi capocciate ed urla facevano da contorno. Ho pensato a quel viaggio verso la Norvegia di qualche anno fa. Quando poco prima di far tappa ad Amburgo il bi-elica che ci ospitava ha iniziato a tremare sempre di più seminando grida e terrore. Io ed il mio amico Rob ci abbracciammo. Ti voglio bene Rob, Ti voglio bene Fra. Ritenendo che forse poteva anche essere arrivato il momento di urlare. Avevo una persona in quegli anni. Pensai a lei e mi sentii protetto, pronto a qualsiasi epilogo. Era tutto chiaro, avevo dentro il suo amore, non avevo paura. A riportarmi nel presente sono alcune parole sommesse. Qualcuno nella sala accanto ha bisogno di aiuto: un signore, sessant’anni. Con un cancro alla laringe o da qualche parte lì dentro. Il problema è legato alla protesi dell’epiglottide -un’escrescenza che a stento poteva simulare quella naturale- ed al rivestimento con cui sono ricoperte le parti di dentatura eliminata. Fabio impreca contro il dolore e la sfortuna. Chiede dettagli e poi si corregge dicendo di non voler saper nulla. Giuseppe entra costernato. Dice “non riesco a guardarlo, mi pare di rivedere mio padre”. C’è l’imbarazzo dell’impotenza. Quello del non poter far nulla. Rosanna offre il suo aiuto ed esprime compassione con le parole più semplici che trova. La stanza si riempie del suono della sofferenza. Sono gemiti lunghi. Non c’è rabbia. Non c’è forza. Si trascinano grigi fino a noi. Sono i lamenti di chi non ce la fa più. Di chi non vorrebbe nemmeno essere lì a disturbare ed a raccogliere la pietà di persone mai viste prima. Cerca di contenersi e di rispondere con pazienza e gratitudine alle domande che necessariamente gli vengono poste. Ma sono parole deformate. Gonfie del suo stesso male. “Lo hanno fatto a pezzi, vero?” Chiede Fabio. La risposta non arriva. O non è comunque importante quanto la domanda. Per mezz’ora nessuno dice nulla. Solo, ascoltiamo senza volerlo fino a che non si rende necessaria una pausa. “Riposati anche tu, francè”. Mando un messaggio veloce. La risposta è una carezza. Mi porta un bonus di energia. Serve. Ottimo. Mi rimetto sotto. Le cose procedono bene. Ma proprio sul finale qualcosa va storto. Non c’è coagulazione. E cazzo, ci sono complicazioni. Mi rialzerò solo dopo tre ore e venti. Per sostenermi, a turno mi dicono che mai avevano avuto un “paziente così paziente”. Accompagnano le frasi con una pacca sul petto o con l’aggiunta del mio nome. Si apre una porta quando qualcuno, suo malgrado, ti fa male. Ci si trova. Anche se per poco. “Io non ce l’avrei fatta a restare a bocca aperta tutto questo tempo. E non sarei stato disponibile come te. Ma soprattutto non mi sarei fatto fare tutto questo con la pazienza che hai avuto!”. È Fabio a dirmelo. Ci penso un secondo e dico “Eh, ultimamente mi sono allenato: ho ben avuto di che restare a bocca …spalancata. Ed anche in quel caso credo di essermi fatto fare troppe cose. Forse è per questo che non smetto di perdere sangue… La pazienza non rispettata può far danni seri…”. Non è sicuro di aver capito ma annuisce. Ci diamo la mano. La confidenza è quasi scomparsa. Chiedo di andare in bagno. Ho bisogno di acqua, devo lavarmi la faccia. Sono a pezzi. Ma se non altro qui, mi dico, mi hanno riconosciuto uno sforzo. Peccato che a volte, in casi ben più solidi e conclamati capiti l’esatto contrario…