Sei stato un po’ stronzo con me. Soprattutto alla fine. Anzi, te lo concedo: solo alla fine. Si, che per la maggior parte del tempo le cose sono filate lisce… Mi hai dato fiducia. Così, ad istinto o quasi. Eri soddisfatto del mio lavoro e non mancavi di dirmelo. Pagavi una persona che non avevi mai incontrato: quante volte ci siamo ripetuti questa cosa? Una sola clausola era richiesta per quella collaborazione: che io non fossi juventino. Certo che facevi proprio un gran casino per sta Roma tua! Ripetevi che il padre di due gemellini per chi altro avrebbe potuto tifare? Ci prendevamo in giro. Scazzavamo ma ridevamo anche con molta facilità. Ed ogni tanto, non si sa come e perché, parlavamo di cose serie: quello che allora era il “mio” sud, le persone, Napoli che ti feriva. Una sera eri giù. Le tue solite chiacchiere veloci uscivano lente, stanche. Mi confidasti di aver pensato: “Ora chiamo Bipo così mi tira su”. Non c’era da discutere di lavoro quella volta. Chissà se ha funzionato. Se ci sono riuscito, alla fine, a tirarti su. Per lealtà raccontasti di questo tuo pensiero solo poco prima di riattaccare.
Era bello avere anche questo momenti di riflessione. Quando il ritmo della giornata rallentava ed era possibile farlo. Mi viene in mente quella storia di Beslan: la strage nella scuola russa dove vennero sequestrati tutti quei bambini. Tu volevi dare un segnale. Mi chiedesti di mettere un ricordo. Un qualcosa di significativo. E mi ringraziasti per la scelta della foto “forte ma sincera”. Rimase lì a lungo. Perché avevi due figli di quell’età e la notizia ti aveva spaventato a morte. Ed è proprio a dieci anni da quei fatti terribili che li hai lasciati. Spero senza più paura nel cuore.
Il nostro rapporto si è chiuso male, con poche parole e pochi rimpianti. Un po’ troppo di fretta e senza chiarimenti che forse nemmeno sarebbero serviti. Mi dispiace. Mi spiace aver saputo tardi. Mi dispiace non averti detto addio. E mi dispiace poterlo fare solo ora…
Ciao Annibale.