“Hitler! Hitler! Hitler”: è un piccolo bambino a dirlo. La madre, una zingara sovrappeso stretta in vestiti colorati ma poco accesi, lo guarda mentre mangia un gelato. Lui insiste, pronuncia il nome con atteggiamento marziale. Sembra posseduto, nella sua voce c’è davvero qualcosa di inquietante. Come in tutta la situazione. Mi viene in mente questa scena del pomeriggio precedente mentre aspetto il 21 per andare al Freak Out. Sono le dieci e venti di sera, è venerdì. Ed ho voglia di star fuori. Il concerto di Jim Jones Revue è un’occasione d’oro. Sono uno scarto, un rifiuto. Altro che oro. Qualcuno mi sta ripetendo queste parole. Sono i Liars: entrano dalle cuffie e provano a giocare con i pensieri. A dirigerli. Mi fido di loro. Li lascio fare. E per la terza volta, come in una sequenza che va in loop, mi passa davanti questo stesso ragazzo a bordo di una bici scassatissima. E che sia lui non ci sono dubbi: la luce anteriore emette quelli che sembrano essere gli ultimi lampeggi irregolari e nel portapacchi -una vaschetta di plastica montata dietro e tenuta su da un paio di corde elastiche incrociate- c’è una busta bianca. Si ferma a dieci metri da me. Sulla sinistra. Legge attentamente un foglietto. Poi lo gira da una parte e dall’altra. Lo studia, ruotando anche la testa. Riprende a pedalare. Quindi si ferma di nuovo. Più o meno alla stessa distanza di prima ma dall’altro lato. La scena si ripete: mette i piedi per terra e guarda il foglietto come se ci fosse sopra un rebus da risolvere. Qualcosa che gli sfugge non gli fa trovare la soluzione. Ma ce l’ha sulla punta della lingua. Rimette le mani sul manubrio. Ripiega il bigliettino nella sinistra. Con i piedi fa retromarcia e mi si mette davanti. Mi tende la mano libera. La stringo mentre con l’altra mi libero dagli auricolari. “Buonasera”, esordisce. “Mi aiuti per favore” dice mostrandomi il rebus. Con una calligrafia incerta qualcuno ha scritto un nome, un indirizzo ed un numero di telefono. Più qualche altra cosa che non riesco a decifrare. Mi indica prima il nome della via. È la stessa in cui ci troviamo, confermo. Poi sposta il dito sul cognome. Praticamente illeggibile. “Chi è?” Mi chiede. Lo guardo, non certo di aver capito cosa mi stesse chiedendo. Allargo le braccia: “Non posso aiutarti… Non so chi sia…”. Sembra agitato. “Ascolta, perché cerchi questa persona?” La domanda sembra indiscreta ma la faccio solo per farlo calmare. “Il pollo, devo consegnare il pollo” risponde indicando la busta bianca nel portapacchi. Riguardo il foglio che ha in mano. Manca il civico ma c’è un numero di telefono. Non faccio in tempo a mostrarglielo che fa il numero e mi passa il telefono. “Alessandra? Ciao, è per la consegna del pollo….manca il numero civico, puoi darmelo?”. Chiedo anche il piano e cosa c’è scritto sul citofono. Quando riattacco spiego tutto al ragazzo in bicicletta. Si guarda intorno: “Dodici? Dove è dodici?”
“Oh bello mio…” Penso. Ma non lo dico. Mi giro. Alle mie spalle c’è il 14a. “Secondo me è a destra”, faccio. Lui conferma dicendo che dall’altro lato c’è il numero 20. A posto dai, fai qualche pedalata e sei arrivato! Mi saluta prendendomi entrambe le mani nelle sue. Ripete la parola “grazie” non meno di cinque volte accompagnandola con un gesto del capo. Gli auguro buon lavoro e lo seguo per un po’ con lo sguardo. Dopo qualche minuto lo vedo passare dall’altro lato della strada. Pedala piano piano ed ondeggia un po’. Sono quasi certo che stia cantando. Volta a destra e lo perdo di vista. Chissà se era buono quel pollo. E se quando Alessandra lo ha mangiato si era raffreddato molto…