Il vento continua a farsi sentire. A tratti soffia forte, strappando piccole grida a chi per strada viene colto impreparato. Sbattono gli orli delle tende parasole sui balconi delle case, i panni stesi ad asciugare e le coperture dei gazebo. Gli ombrelloni fuori dai locali accennano pericolosi passi di danza. Non fa freddo ma sembra una sera di inverno piuttosto che di inizio primavera. I suoni sono ovattati e c’è una sensazione di raccoglimento. Le luci proiettano strane ombre cinesi sui pavé della Dotta, difficili da riconoscere. Sono vive, si muovono diventando a volte più grandi altre volte più piccole. F si stringe a me. Dice le prime tre lettere del mio nome. Faccio altrettanto. Forse con un tono più interrogativo del suo. Mentre camminiamo per stradine secondarie mi dice cose così belle che sembrano non appartenerci. Poi scherza, parlandomi con il volto nascosto in un mio braccio. Sa che può farlo ed io l’ascolto. Dice una cosa buffa, che mette allegria. E parliamo di un amico comune senza pensare che forse qualcosa tra loro può essersi rotta per sempre. Non lasciamo spazio ai pensieri brutti e la fantasia ci presta volentieri una mano. Rimane poca strada da fare. Rallentiamo il passo per impiegarci di più. È lei che ha scelto dove cenare. Ed il posto è bello. “Lo sai che mi è venuta un sacco di fame?” mi chiede fermandosi e guardandomi dritto negli occhi. E lo dice anche alla ragazza che prende le ordinazioni: “Quando sono con lui mi torna sempre l’appetito…”.  “Questo significa che mangerà anche il mio primo”, commento con una certa eleganza, non potendo immaginare che ciò sarebbe accaduto davvero. Beh, più o meno.

La ragazza sorride ad entrambi. E tra un passaggio e l’altro finge di sbagliare e ci porta due calici di rosso che non metterà in conto.

Uscendo fuori il vento sembra essere diminuito. Un amico che non sento da tanto ha appena composto il mio numero. Rispondo. Ci invita a passare da loro, in un locale che non è troppo distante da lì. Diciamo si. Quando arriviamo, all’esterno c’è molta confusione. La stanchezza spingerebbe quasi ad andare altrove, per stare più tranquilli. Ma ho detto a G che stavamo arrivando. E non lo vedo davvero da troppo tempo. Poi F vuole entrare, lo capisco: è allegra e mi fa sentire bene vederla senza ombre in volto dopo così tanti mesi. Senza pensarci ulteriormente entriamo, facendoci a stento largo tra chi fuma e chi si ferma a salutare prima di andar via. A vederlo,  G,  sembrerebbe una persona fredda e distaccata. E forse un po’ lo è sul serio, chissà. Ma meglio freddi che stronzi,  dico io. Ad ogni modo da lui ho avuto solo affetto. E tanto basta. E L’intesa non è mai mancata. Ed anche questo conta. Scende dallo sgabello e mi abbraccia forte. Una, due, tre volte. È bello vederti, G. Ci sono anche i suoi compari. Qualcuno lo conosco da più tempo, qualcun altro da meno. Ma pure con loro ci siamo capiti subito. E sono contento di rivederli. Ci accolgono. Prendiamo posto.

La serata trascorre veloce. Ripara sequenze danneggiate, toglie peso. Gesti, racconti ed invenzioni che suonano come le canzoni di una playlist scelta con cura per star bene. Una ragazza mi dice qualcosa e tutti mi invitano a fare gesti scaramantici. Lavora lì. Ha spesso uno sguardo annoiato. Aspetto un po’ dark. Parla poco ed ha modi bruschi. Insomma non il massimo per chi deve servirti da bere. Io l’aiuto passandole dei bicchieri ed il suo sorriso è spontaneo. Non compio i richiesti rituali apotropaici e le sorrido a mia volta. E poi rido. Per le frasi fuori misura che ci si scambia subito dopo a quel tavolo. E per altro ancora che non avrei saputo dire. G richiama la mia attenzione. Mi fa alcune domande semplici e mi chiede se ho una moneta. Entro a far parte del Club del Cavallo con una cifra che commuove tutti. Ovviamente il tutto succede con l’inganno. Ed il bello, il valore aggiunto, è proprio questo. Sto bene, penso. Guardo incredulo F che beve birra ormai da una settimana… dopo quasi sei lustri di inimicizia con il luppolo. Mi sento responsabile e non so dire se sia una cosa buona o cattiva. Onoriamo un altro giro. Forse due.

E rimaniamo lì ancora un po’, a perdere grigio. Del tutto ignari di cosa avremmo visto un’ora dopo sotto casa sua. E di che cosa stupida avrei poi fatto io,  rientrando a casa nel cuore della notte.