Si sta strappando il vestito di dosso, con una foga che gli accorcia letteralmente il fiato. I suoi movimenti sono bruschi. E corti. Tiene in mano brandelli di tessuto lucido che poi lascia cadere nel cassonetto che ha a fianco. Quello che sta facendo a pezzi doveva essere un abito da scena, raccattato chissà in quale mucchio di scarti teatrali. Più simile ad una bomboniera che ad un vestito da donna. Per strada ci siamo solo io e lui.  “Ora sono proprio stanco di questa farsa. Capisco da tuo sguardo che stai capendo quello che sto dicendo, è vero?” Vedo il petto gonfiarsi mentre parla. È agitato, ma si sta calmando. Lascia cadere sull’asfalto quella che sembra essere una delle due maniche del vestito e fa per raccoglierla, ma poi si ferma. Tira un sospiro. Muove una mano come se stesse rompendo un’asse di legno in un’immaginaria mossa di karate. Chiude gli occhi e si abbassa sulle ginocchia, a tirare su lo straccio rosa che era caduto.
Si muove con maggiore lentezza ora.
Tace ancora qualche secondo,  poi mi fa: “Dimmi qualcosa che mi faccia mettere i piedi per terra domani mattina, se puoi farlo.” La risposta viene fuori rapida. Mi sento dire: “La parte di cuore che ti hanno strappato smetterà di farti male”.
Lui mi guarda, piegando la testa verso sinistra. Avrà avuto un trentacinque anni. “Grazie”, dice. E mi abbraccia. Con mezzo vestito ancora addosso ed un body marrone a coprirlo dalla cinta in su. Mi libera dalla stretta. Dico qualcosa anche io e poi vado verso il mio cancello. Con  un odore di dopobarba e sudore che sembra arrivarmi nel naso solo qualche metro dopo essermi avviato…